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30 settembre 2009
Morti alla Marlane/ Lo ha detto il magistrato Lauri della Procura di Paola che sta seguendo l’inchiesta
PAOLA. “L’avviso di conclusione indagine non arriverà prima della fine della prossima settimana. Qui alla Procura di Paola siamo solo due, ormai, io e il Procuratore Giordano, e il tempo manca per tutto”. A dirlo è Antonella Lauri, magistrato della Procura di Paola che sta seguendo l’inchiesta che riguarda le morti sospette per tumore avvenute tra gli operai della ex fabbrica tessile, adesso chiusa, Marlane di Praia a Mare, sull’alto tirreno cosentino. “Il numero degli indagati aumenterà di certo”, conferma all’AGI la dottoressa Lauri, che ha raccolto tre diverse inchieste, partite più di 10 anni fa, in un solo fascicolo. Della cosa si è occupato oggi anche il sito internet del quotidiano “La Repubblica”, che riferisce di 40 casi sospetti esaminati dalla procura calabrese, che ha inviato più volte i corpi specializzati dei Vigili del Fuoco ad effettuare scavi nel cortile della fabbrica, dove si sospetta siano interrate le scorie non smaltite. La Marlane nacque a metà degli anni ‘50 per opera del Conte Rivetti, un eclettico industriale biellese stabilitosi a Maratea. All’inizio la fabbrica pare non disponesse di alcun sistema di depurazione e molti parlano di un rigagnolo maleodorante che si riversava in mare. Dopo una breve parentesi di gestione IMI, entrò nell’orbita Lanerossie poi divenne di proprietà della Marzotto. Qui si lavorava ogni genere di fibra: lana, lino, seta, fibre sintetiche. Con l’arrivo della proprietà statale furono installati i primi sistemi per il trattamento dei fanghi. Ma furono anche abbattuti i muri di separazione tra i vari reparti di lavorazione, consentendo ai fumi delle sostanze chimiche di coloritura di espandersi per tutti i reparti adiacenti a quello di tintoria. Un tempo per tingere il poliestere venivano usati coloranti a basi diazotabili, ora desueti. Pare anche che qui i controlli sanitari siano sempre stati piuttosto sommari, come le ispezioni di legge. Inoltre, in aggiunta ai fumi dei coloranti, ci sarebbe stato anche un notevole rischio di respirare polveri di amianto, usato in alcune macchine. Questo fino al ‘96, quando la tintoria fu di fatto smantellata. Restarono invece gli altri reparti, ma anche a causa della conversione la fabbrica iniziò ad essere improduttiva. Da qui il pesante ridimensionamento del corpo operaio, con le conseguenti proteste pubbliche. Intanto cominciavano le morti sospette, a metà degli anni ‘70, fino a contare almeno 50 morti acclarati per tumore tra gli operai, forse anche un centinaio, visto che il calcolo esatto non è mai stato fatto. Da qui le prime denunce alla Procura della Repubblica di Paola.
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